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luigirossi
il blog di chemako
9 ottobre 2006
ERNESTO CHE GUEVARA

Il 9 ottobre 1967 l'esercito boliviano e i servizi segreti statunitensi hanno assassinato Ernesto "Che" Guevara. Credevano di uccidere le sue idee. Gli assassini hanno fallito, il "Che" continua a vivere e continua ad alimentare la lotta che ha come scopo supremo un mondo più giusto.
Voglio ricordarlo con le parole di due grandi poeti

Francesco Guccini
Testo originale di Manuel Vasquez Montalàn tratto da scritti di Ernesto “Che” Guevara


Un popolo può liberare se stesso
dalle sue gabbie di animali elettrodomestici
ma all’avanguardia d’America
dobbiamo fare sacrifici
verso il cammino lento della piena libertà.

e se il rivoluzionario
non trova altro riposo che la morte,
che rinunci al riposo e sopravviva;
niente o nessuno lo trattenga,
anche per il momento di un bacio
o per qualche calore di pelle o prebenda.

I problemi di coscienza interessano tanto
quanto la piena perfezione di un risultato
lottiamo contro la miseria
ma allo stesso tempo contro la sopraffazione

Lasciate che lo dica
ma il rivoluzionario quando è vero
è guidato da un grande
sentimento d’amore,
ha dei figli che non riescono a chiamarlo,
mogli che fan parte di quel sacrificio,
suoi amici sono i “compañeros de revolucion”.

Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo;
non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo.
Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo;
sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolivar
la luna de Higueras è la luna de Playa Giron,
Sono un rivoluzionario cubano
Sono un rivoluzionario d’America.

Signor Colonnello, sono Ernesto, il “Che” Guevara.
Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo.




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16 maggio 2006
UN ALTRO EROE CI LASCIA

Giancarlo Matteotti, ultimo figlio superstite di Giacomo Matteotti, è morto dopo una lunga malattia il 15 maggio nella clinica "Annunziatella" a Roma. Giancarlo Matteotti è stato membro dell'Assemblea Costituente e deputato per molte legislature al Parlamento. Durante gli anni della Resistenza è stato catturato dalle dalle Brigate Nere, ma era riuscito ad evadere per riunirsi ai compagni della Resistenza.
Mi sembra doveroso ricordare quest'uomo che insieme a molti altri ci ha donato la libertà dal nazi-fascismo. Voglio ricordarlo citando l'incipit del discorso che costò la vita al padre Giacomo. Discorso pronunciato alla Camera il 30 maggio del 1924 per contestare le elezioni farsa che portarono Mussolini ad avere la maggioranza assoluta. Giacomo Matteotti, un uomo onesto e coraggioso, che dopo aver pronunciato questo discorso in Parlamento è stato fatto rapire e uccidere dal vigliacco Mussolini.
"Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L'elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni"

Compagne e compagni andate a trovare il mio Compagno, ha aperto da poco il blog. Lui è la mente organizzativa del nostro circolo, è la fonte perenne di idee. E' un compagno di quel magnifico gruppo che ancora mi fa avere voglia di impegnarmi in politica in prima persona e che io "indegnamente" mi onoro di rappresentare.




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20 settembre 2005
È morto Simon Wiesenthal

Il cacciatore di criminali nazisti è scomparso all’età di 86 anni. L’uomo che ha consegnato alla giustizia criminali che altrimenti non sarebbero mai stati catturati è morto nel sonno. Ci lascia un uomo che ha immolato la propria vita alla ricerca di coloro che avevano preso parte attiva all’olocausto.




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1 settembre 2005
Ingrid Betancourt

   

    Nata a Bogotà nel 1961, Ingrid Betancourt è figlia di Yolanda Pulecio, ex miss Colombia e del ministro Gabriel Betancourt, ex-ambasciatore a Parigi dove Ingrid ha vissuto e studiato alcuni anni, laureandosi in scienze politiche.
    Carattere forte e determinato, sposata e madre di due bambini, la giovane Betancourt, pacifista e ambientalista, strenua nemica della corruzione, attivista per i diritti umani e l'emancipazione sociale, decide presto di entrare in politica. E' il 1990 quando appena trentenne lascia la Francia e ritorna in Colombia, per contribuire alla costruzione di un futuro di pace e di giustizia, di una democrazia credibile in un paese dove la popolazione, stremata e affamata, si trova da anni al centro di una violenta guerra civile, oppressa da fazioni di guerriglieri, gruppi paramilitari, cartelli della droga e "politici corrotti, senza autorevolezza, senza ideali, interessati solo al potere e al denaro" come ha scritto in "Forse mi uccideranno domani", il libro autobiografico diventato un best seller, che rappresenta il suo manifesto politico ed esistenziale.
    La stampa internazionale la dipinge come una santa, per i detrattori e gli avversari politici è soltanto una donna esaltata e ambiziosa. Riceve numerose minacce e vive blindata, per questo decide di portare i suoi bambini al sicuro in un paese straniero.
    Instancabile e coraggiosa, nel corso della sua prima campagna elettorale distribuisce preservativi per la strada con il messaggio "proteggiti dalla corruzione così come dall'Aids".
    Denuncia un gigantesco traffico d'armi, lo sfruttamento ambientale delle multinazionali, la deforestazione selvaggia, la mancata riforma agraria. Si schiera dalla parte dei più deboli, dei contadini e degli indios.
    Nel 1994 fa il pieno di voti e viene eletta deputata nelle file del partito liberale. La sera stessa va in televisione e denuncia pubblicamente gli uomini politici comprati dai narcos.
    Nel 1998 stravince e diventa senatrice, dando una speranza nuova al suo popolo. Decide quindi di fare il grande passo e candidarsi alle presidenziali del maggio del 2002.
    Fonda il partito "Oxigeno Verde"
e nel corso della campagna elettorale si fa fotografare con una mascherina antismog, circondata da palloncini colorati. È questa l'immagine dell'ambientalista, della pasionaria della pace che farà il giro del mondo. Con lo slogan "Ingrid es oxigeno" raccoglie ben 160 mila preferenze accorciando notevolmente le distanze dall'ambizioso obiettivo presidenziale.
    Ma il 24 febbraio del 2002, mentre è in viaggio verso zone controllate dai ribelli, viene sequestrata dalle forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc) che in cambio della sua vita, chiedono al governo di Bogotà la liberazione di tutti gli esponenti della guerriglia in carcere. Fino ad oggi, le autorità colombiane hanno respinto ogni ipotesi di scambio, nonostante le campagne di sensibilizzazione, i numerosi appelli per la sua liberazione da parte del Parlamento Europeo, della diplomazia internazionale, delle organizzazioni ambientaliste e di Amnesty International.

 




permalink | inviato da il 1/9/2005 alle 16:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
1 settembre 2005
Wangari Maathai

    Il 9 ottobre 2004 Wangari Maathai era nella sua casa natale, vicino a Nyeri (Kenya), quando le fu comunicato che le era stato assegnato il premio Nobel per la pace 2004. 
    Per celebrare l’inaspettata notizia ha piantato con le proprie mani un piccolo nandi flame, un albero tipico della vegetazione locale.
    Prima africana a ricevere il Nobel per la pace, Wangari Maathai, nata nel 1940, vanta molti altri primati. Si è laureata in biologia all’università del Kansas (Usa), ha conseguito un master presso l’Università di Pittsburgh. Dopo aver finito i suoi studi negli Stati Uniti è tornata in Kenia ed è stata la prima donna in Africa centro-orientale a ottenere un dottorato di ricerca; entrata nel dipartimento di medicina veterinaria all’università di Nairobi come ricercatrice e poi docente, è diventata, nonostante lo scetticismo e l’opposizione maschilista di allievi e colleghi, la prima preside della stessa facoltà; nel 1977 ha fondato il movimento Green Belt (cintura verde), che, negli anni, ha piantato oltre 30 milioni di alberi con lo scopo di contrastare l'erosione del suolo e di fornire alle povere popolazioni del luogo legna per cucinare
    Nella sua crociata ambientalista Maathai ha coinvolto decine di organizzazioni non governative e centinaia di migliaia di persone, donne soprattutto, creando progetti dal basso e offrendo occupazione, per frenare l’erosione del terreno e lo spreco delle riserve d’acqua. Un fenomeno che, specie in Africa, causa una reazione a catena, i cui anelli sono siccità, sottosviluppo, malnutrizione, malattie d’ogni genere e guerra.
    Negli anni ’80 fu abbandonata dal marito, un ex deputato da cui ha avuto tre figli, che ha dato la seguente motivazione: «troppo istruita, troppo forte, troppo di successo, troppo testarda e troppo difficile da controllare».
    Alla salvaguardia del pianeta, la leader kenyana ha sempre unito la lotta per la democrazia e la difesa dei diritti umani dei più poveri e degli emarginati, fino a sfidare lo strapotere del presidente Daniel Arap Moi. Nel 1997 si è candidata alla presidenza del paese, ma il suo partito ha ritirato la sua candidatura pochi giorni prima del voto. Nel 1998 è salita alla ribalta internazionale quando è riuscita a bloccare un progetto del governo, che prevedeva la distruzione di una parte del parco dell’Uhuru, polmone verde di Nairobi, per fare spazio a un complesso residenziale di 60 appartamenti.
    Tale impegno civile le ha procurato, da una parte, fama internazionale, ma dall’altra l’opposizione del regime. Più volte è stata incarcerata. Nel 1999 è stata ferita alla testa mentre piantava alberi nella foresta di Karura (Nairobi). Ripresentatasi alle elezioni del dicembre 2002, è stata eletta al parlamento e, attualmente, ricopre la carica di sottosegretario al ministero dell’ambiente, risorse naturali e fauna selvatica.
    Non c’è pace senza la salvaguardia del pianeta. Lo conferma Maathai, commentando a caldo la notizia della sua premiazione: «La maggior parte dei conflitti in Africa e in altre parti del mondo derivano da una lotta per accaparrarsi le risorse naturali. Dobbiamo garantire che vi sia giustizia nella distribuzione di queste ricchezze. Occorre una pace preventiva. È necessario evitare le guerre, invece di risolverle quando sono ormai iniziate. La protezione dell’ambiente e la gestione delle sue risorse sono essenziali; ma per una vera pace è necessario garantire anche equità e giustizia». 
    L’attribuzione del premio Nobel alla coraggiosa donna kenyana è una pietra miliare nel riconoscimento del ruolo, ancora misconosciuto, delle donne in tutto il continente africano. Mogli, madri, infaticabili lavoratrici, esse sono le spine dorsali della società. Sulle loro spalle gravano il peso e le responsabilità del vivere quotidiano. 
    Le donne sono, le mani invisibili che, silenziosamente, da sempre, costruiscono l’Africa, ne strutturano la società e ne provocano i cambiamenti: esse sono il motore del futuro, a patto che vengano loro riconosciuti tutti i diritti e maggiore spazio e voce nella vita culturale, politica e sociale.




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1 settembre 2005
Peter Benenson

    Venerdì 25 febbraio, all'età di 83 anni, nell'ospedale John Radcliffe di Oxford, è morto Peter Benenson. 
    Benenson è stato il fondatore e l'ispiratore di Amnesty International. Nel maggio 1961, informato dell'arresto di due giovani che in un caffè di Lisbona avevano brindato alla libertà delle colonie portoghesi, pubblicò su un settimanale di Londra un articolo intitolato “I prigionieri dimenticati”. Era un appello per un campagna di 12 mesi dedicata alla liberazione di tutti i prigionieri per motivi di opinione: l'adesione entusiasta di migliaia di persone lo convinse a trasformare quella campagna in ciò che sarebbe divenuto il più importante movimento globale per i diritti umani: un'organizzazione diffusa in oltre 150 paesi, con quasi due milioni di iscritti. Nei primi anni di vita di Amnesty International, Benenson assicurò all'organizzazione il sostegno finanziario per muovere i primi passi, prese parte ad alcune missioni di ricerca, si occupò in prima persona di tutte quelle incombenze necessarie a far crescere in dimensioni ed importanza la sua “creatura”. L'intera sua vita è stata dedicata a combattere l'ingiustizia nel mondo. Benenson credeva nel potere delle persone comuni di provocare straordinari cambiamenti: creando Amnesty International ha dato a ciascuno di noi l'opportunità di fare la differenza. Ad una cerimonia pubblica per il 25esimo compleanno di Amnesty International, Benenson accese la candela con il filo spinato e recitò quello che ricorderemo come il suo testamento spirituale “Questa candela non brucia per noi, ma per tutte quelle persone che non siamo riuscite a salvare dalla prigione, che sono state uccise, torturate, rapite, scomparse. E' per loro che brucia la candela di Amnesty”.
    Noi Verdi, seguendo il suo esempio, continueremo a portare in Consiglio Comunale punti all’ordine del giorno che mirano a sostenere le campagne a difesa dei diritti umani che Amnesty International promuove.




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lettera aperta
al compagno Luigi

9 dicembre 2005

Compagno Luigi,
ti chiamo compagno, in quanto mangiamo alla stessa tavola della lotta e condividiamo il pane della rabbia e della voglia di cambiare.
Diversi impegni tengono noi entrambi su una corda, come dei funammboli con la benda sugli occhi e senza alcuna protezione sotto di noi.
A volte accadono delle cose e si perde l'equilibrio, col rischio di cadere per terra, col rischio di morire dentro. Ma spesso, quando un funambolo perde l'equilibrio, c'è sempre uno che, tenendosi stretto a una corda d'emergenza, gli va incontro e gli tende una mano.
Così vorrei fare io con questo post. E non preoccuparti di prendere, oltre alla mano, anche il braccio; sei un compagno, è il minimo che possa darti.

Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze,
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte,
coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch' io sono sbagliato,
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

[
c'è bisogno di dire il titolo e l'autore di questa canzone?]

un abbraccio,
Nicola

  
Che Guevara
assassinato il 9 ottobre 1967


Ingrid Betancourt
rapita il 23 febbraio 2002


Peppino Impastato
assassinato il 9 maggio 1978


Rosario Livatino
assassinato il 21 settembre 1990





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