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luigirossi
il blog di chemako
1 settembre 2005
Wangari Maathai

    Il 9 ottobre 2004 Wangari Maathai era nella sua casa natale, vicino a Nyeri (Kenya), quando le fu comunicato che le era stato assegnato il premio Nobel per la pace 2004. 
    Per celebrare l’inaspettata notizia ha piantato con le proprie mani un piccolo nandi flame, un albero tipico della vegetazione locale.
    Prima africana a ricevere il Nobel per la pace, Wangari Maathai, nata nel 1940, vanta molti altri primati. Si è laureata in biologia all’università del Kansas (Usa), ha conseguito un master presso l’Università di Pittsburgh. Dopo aver finito i suoi studi negli Stati Uniti è tornata in Kenia ed è stata la prima donna in Africa centro-orientale a ottenere un dottorato di ricerca; entrata nel dipartimento di medicina veterinaria all’università di Nairobi come ricercatrice e poi docente, è diventata, nonostante lo scetticismo e l’opposizione maschilista di allievi e colleghi, la prima preside della stessa facoltà; nel 1977 ha fondato il movimento Green Belt (cintura verde), che, negli anni, ha piantato oltre 30 milioni di alberi con lo scopo di contrastare l'erosione del suolo e di fornire alle povere popolazioni del luogo legna per cucinare
    Nella sua crociata ambientalista Maathai ha coinvolto decine di organizzazioni non governative e centinaia di migliaia di persone, donne soprattutto, creando progetti dal basso e offrendo occupazione, per frenare l’erosione del terreno e lo spreco delle riserve d’acqua. Un fenomeno che, specie in Africa, causa una reazione a catena, i cui anelli sono siccità, sottosviluppo, malnutrizione, malattie d’ogni genere e guerra.
    Negli anni ’80 fu abbandonata dal marito, un ex deputato da cui ha avuto tre figli, che ha dato la seguente motivazione: «troppo istruita, troppo forte, troppo di successo, troppo testarda e troppo difficile da controllare».
    Alla salvaguardia del pianeta, la leader kenyana ha sempre unito la lotta per la democrazia e la difesa dei diritti umani dei più poveri e degli emarginati, fino a sfidare lo strapotere del presidente Daniel Arap Moi. Nel 1997 si è candidata alla presidenza del paese, ma il suo partito ha ritirato la sua candidatura pochi giorni prima del voto. Nel 1998 è salita alla ribalta internazionale quando è riuscita a bloccare un progetto del governo, che prevedeva la distruzione di una parte del parco dell’Uhuru, polmone verde di Nairobi, per fare spazio a un complesso residenziale di 60 appartamenti.
    Tale impegno civile le ha procurato, da una parte, fama internazionale, ma dall’altra l’opposizione del regime. Più volte è stata incarcerata. Nel 1999 è stata ferita alla testa mentre piantava alberi nella foresta di Karura (Nairobi). Ripresentatasi alle elezioni del dicembre 2002, è stata eletta al parlamento e, attualmente, ricopre la carica di sottosegretario al ministero dell’ambiente, risorse naturali e fauna selvatica.
    Non c’è pace senza la salvaguardia del pianeta. Lo conferma Maathai, commentando a caldo la notizia della sua premiazione: «La maggior parte dei conflitti in Africa e in altre parti del mondo derivano da una lotta per accaparrarsi le risorse naturali. Dobbiamo garantire che vi sia giustizia nella distribuzione di queste ricchezze. Occorre una pace preventiva. È necessario evitare le guerre, invece di risolverle quando sono ormai iniziate. La protezione dell’ambiente e la gestione delle sue risorse sono essenziali; ma per una vera pace è necessario garantire anche equità e giustizia». 
    L’attribuzione del premio Nobel alla coraggiosa donna kenyana è una pietra miliare nel riconoscimento del ruolo, ancora misconosciuto, delle donne in tutto il continente africano. Mogli, madri, infaticabili lavoratrici, esse sono le spine dorsali della società. Sulle loro spalle gravano il peso e le responsabilità del vivere quotidiano. 
    Le donne sono, le mani invisibili che, silenziosamente, da sempre, costruiscono l’Africa, ne strutturano la società e ne provocano i cambiamenti: esse sono il motore del futuro, a patto che vengano loro riconosciuti tutti i diritti e maggiore spazio e voce nella vita culturale, politica e sociale.




permalink | inviato da il 1/9/2005 alle 16:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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lettera aperta
al compagno Luigi

9 dicembre 2005

Compagno Luigi,
ti chiamo compagno, in quanto mangiamo alla stessa tavola della lotta e condividiamo il pane della rabbia e della voglia di cambiare.
Diversi impegni tengono noi entrambi su una corda, come dei funammboli con la benda sugli occhi e senza alcuna protezione sotto di noi.
A volte accadono delle cose e si perde l'equilibrio, col rischio di cadere per terra, col rischio di morire dentro. Ma spesso, quando un funambolo perde l'equilibrio, c'è sempre uno che, tenendosi stretto a una corda d'emergenza, gli va incontro e gli tende una mano.
Così vorrei fare io con questo post. E non preoccuparti di prendere, oltre alla mano, anche il braccio; sei un compagno, è il minimo che possa darti.

Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze,
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte,
coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch' io sono sbagliato,
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

[
c'è bisogno di dire il titolo e l'autore di questa canzone?]

un abbraccio,
Nicola

  
Che Guevara
assassinato il 9 ottobre 1967


Ingrid Betancourt
rapita il 23 febbraio 2002


Peppino Impastato
assassinato il 9 maggio 1978


Rosario Livatino
assassinato il 21 settembre 1990





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